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25/02/2010

MANIFESTO DEL CREALISMO


OTTO PUNTI PER UN INIZIO CONTINUO

1) Nel cuore del reale agisce una creazione continua, materiale e spirituale. “Il mondo è, e deve essere, la mia creazione” è l’etica differenziale dei soggetti individuali. Verità la cui evenienza interrelazionale non cessa di apparire qui è là nel corso della Storia. Verità spesso dimenticata davanti alle umiliazioni scoraggianti del “mondo così com’è” e de “gli uomini così come sono”. Il crealismo non è un antropocentrismo che separa artificialmente una natura-oggetto da un uomo-padrone e possessore. Ci sono delle complicità e delle affinità attive tra il caosmo e chi si rende degno di ascoltarlo e di lavorarlo.

2) Il capitalismo altera il mondo e spinge gli uomini a voler alterare i loro corpi e le loro anime secondo modelli ansiogeni. Quello a cui bisogna mirare (tanti altri prima di me lo hanno già urlato meglio) è a una alterità differenziale in atto, un’etica amorosa, politica, erotica, estetica, cosmica, professionale costituita da un’ascesi avventurosa e da un tentativo eroico di non monetizzare le proprie estasi. La posizione contro il nichilismo ipnagogico passa per questa esigenza apparentemente megalomane di decondizionamento in divenire, una politica po(i)etica che tenta di restituire all’immaginazione desiderante, all’ideazione volontaria e generosa, allo sforzo d’invenzione e sviluppo di nuove strutture il dovuto riconoscimento ufficiale in materia d’esistenza.

3) Sia chiaro: sulla scala individuale, i risultati spesso non sono spettacolari. Il crealismo è un’autodisciplina a volte ascetica in un mondo in cui le complicità durature sono rare (l’invidia competitiva ha colonizzato tutte le sfere, anche là dove per tradizione meno ce l’aspetteremmo), gli ostacoli freddi sono frequenti (idiozia e indifferenza) e i pozzi di malinconia sono onnipresenti. Ma il crealismo è anche un’estasi sensibile e mentale, una fonte e una manifestazione di gioia.

4) Il crealismo instaura il primato della creatività nel cuore dell’essere, e, ben lontano dall’essere interessato alle sole discipline artistiche, concepisce la dinamica dei territori viventi una prassi facile a provarsi e collettiva dell’individualità. Da questo punto di vista, il Creale è un germoglio imprevedibile, un tessuto vivo d’interrelazioni a vocazione non determinista, mentre il Reale è il suo compost, il suo inquadramento automatizzato.

5) Per quelli che credono in « Dio », il crealismo torna a supporre che Egli non sia fissato una volta per tutte. La sua identità cambia continuamente a misura della sua co-creazione attraverso le sue creature. L’universo è uno spartito musicale in continua (ri)composizione, nel corso della quale le improvvisazioni sono sempre possibili. Noi siamo tutti più o meno divini secondo i momenti della nostra vita, ora quando dormiamo avidamente, ora quando facciamo o godiamo il Creale. L’accesso al dialogo lucido con le forze amanti ed amate del mondo è più agile quando il soggetto gode di una certa ascesi antimimetica e padroneggia le sue pulsioni di consumo e regressione, al prezzo di uno sforzo di rinuncia ai (dis)piaceri pavloviani. Non facile, certo, perché il totalitarismo del consumismo e della degradazione ci mobilizza continuamente eccitando i nostri neuroni affaticati dai suoi messaggi apparentemente contraddittori (falsa libertà di scelta tra l’igienismo e la buffoneria). Ogni giorno il sistema capitalista dispensa delle somme enormi per rincretinirci. Ma fortunatamente anche i cretini hanno una testa.

6) Contro le castrazioni delle sinistre spregiatrici del volare alto, contro la colonizzazione dell’intimità da parte degli imperativi pubblicitari duplicitari, i crealisti sono sempre stati dei relativi sacrificatori del confort standard (un certo lusso gli è purtuttavia essenziale). Sono sempre stati filtri dell’essere, del parlare alto, dei raffinatori del caos. Seguiamo il loro esempio, o sopportiamo ancora e per sempre le conseguenze schizonevrotiche di un mondo reso stagnante dal nostro abbandono o dalla nostra collaborazione con la miseria mercantile, la morosa emulazione simulatrice, la sottomissione al denaro, che ci confondono, come scriveva Marx, con gli altri. Agire o subire la vergogna quotidiana che tentano di infiggerci il soldati (siano essi uomini o donne) della società di classe. Farsi mago, quindi curatore, delle forme, delle intensità e delle coincidenze, piuttosto che accettare la banalità dei codici di un epoca satura di vicoli ciechi.

7) Una situazione di ricuocimento amoroso, di sincronicità diverse, un desiderio di giustizia che va al di là delle rivendicazioni salariali, una bella giostra senza ipocrisie tra avversari nobili. Tutto, salvo la pusillanimità degli slanci atrofizzati, l’abbrutimento degli stimoli e l’idiozia affamata, lacrimosa, sghignazzante, fatalista. La Storia è triste? Deleuze diceva: “La storia disegna solamente l’insieme delle condizioni per quanto recenti siano esse, da cui ci si allontana per divenire, cioè per creare qualcosa di nuovo.”

8) Il Crealismo è una politica del Reale come co-creazione in divenire, in cui il soggetto coerente-attivo occupa una posizione co-centrale con l’armonium cosmico, in cui l’immaginazione, la passione, la volontà, l’arte, il desiderio, l’amore ridefiniscono continuamente, al presento ed in atto, le condizioni di possibilità di una vita disalienata, di una esistenza libera.

 

Se dovessimo sempre parlare soltanto delle piccole cose di casa nostra, si potrebbe anche finire soffocati. Allora, non per tralasciare certi discorsi intrapresi in forma interinale su queste pagine, ma per riguardarli con la freschezza di chi ha appena aperto le finestre e fatto entrare un po’ d’aria, vorrei presentarvi questo crealismo.
Qui da noi, pare, vige come stato di fatto che la letteratura debba passare per cosa piuttosto vieta. Abbiamo anche visto come lo stato di fatto poggi, ovviamente, su una verità, ossia che, come ha affermato Ferrari, la letteratura non si può definire e, quindi, non esiste veramente, e quindi, si può produrre o godere solo se si è affetti da megolamania. Il ragionamento fila, e si può provare a declinarlo in diversi modi per saggiarne la solidità: tu che leggi, per esempio, non sei definibile, quindi non esisti veramente, e sei il prodotto di un atto di tracotanza psichica dei tuoi genitori. E via dicendo.
Dobbiamo anche avere riflettuto, del resto, che con la verità, o con le verità, o con la loro negazione, non se ne esce. E abbiamo dovuto, a quel punto, prendere slancio e deciderci contro la verità e a favore delle realtà essenziali: tanto per fare degli esempi la morte, che nessuno può definire, e che, eppure, è la nostra maggiore realtà; e quindi la vita stessa; oppure l’anima, che proprio e bellamente non esiste, ma è completamente la nostra realtà. Realtà originarie. Ora, ovvio che per l’inestricabile rapporto, per non dire più chiaramente, per la medesimità tra l’originario e l’originale, non può non farci piacere sentire parlare di crealismo, di creare la realtà, che deve essere (parrà evidente), non tanto un’idea letteraria sulla realtà, ma un’idea della realtà sulla letteratura; o forse, e meglio, un’idea della realtà sulla propria inesauribile natura letteraria.
Quello che poi mi spinge a presentare al pubblico italiano questo movimento, è che un movimento non può non suonare anacronistico. Per essere anacronistici, si sa, bisogna avere il polso della storia, il senso del tempo, e il gusto per l’avvenire. Dal Maestro di Olimpia, passando per il Rinascimento, fino al Romanticismo è sotto il segno lunare del cancro, camminando indietro, che si va avanti.
Ecco, dunque, il movimento Crealista, fondato l’11 giugno del 2009 per unire i crealisti all’opera nel mondo. Il manifesto del crealismo, che qui traduco all’impronta e alla buona, è stato scritto da Luis de Miranda il 14 dicembre del 2007. Il manifesto costituisce la matrice evolutiva del movimento (avverte de Miranda: ciascuno di voi può apportarvi le proprie sfumature).

Pier Paolo Di Mino


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